mercoledì 1 settembre 2021

"AFFASCINARE LE ANIME CONDIZIONATE"

 

Nella Bhagavad-gita Krishna spiega di essere Dio, la Persona Suprema, e di apparire ogni volta che i principi religiosi declinano e l’irreligione avanza. Egli apparve sulla Terra 5000 anni fa, quando fu necessario alleviare il pianeta e l’intero universo dal fardello degli atti colpevoli che vi si erano accumulati. Srì Krishna Si prende cura di regolare gli affari della creazione materiale nella Sua forma di Srì Mahà-Visnu, Sua emanazione plenaria.

Quando il Signore discende è detto avatàra, e l’avatàra è una emanazione di Visnu. Mahà-Visnu è la causa originale della creazione materiale e da Lui emana Garbhodakasàyi Visnu, poi Ksìrodakasàyì Visnu, di cui quasi tutti gli avatàra che appaiono nell’universo materiale sono emanazioni plenarie. Perciò ridurre il fardello degli atti colpevoli che pesano sulla Terra non è compito di Srì Krishna in persona. Quando Krishna appare è accompagnato da tutte le emanazioni della categoria di Visnu. Le diverse emanazioni di Krishna, cioè Nàràyana, l’emanazione quadrupla (Vàsudeva, Sankarsana, Pradyumna e Aniruddha), l’emanazione plenaria parziale Matsya, o avatàra-Pesce, gli altri yuga-avatara (avatàra propri di ogni era) e i manvantara-avatàra, o Manu, si riuniscono tutti per apparire contemporaneamente a Krishna, la Persona Suprema. Krishna è il Tutto completo, e tutte le Sue emanazioni plenarie, come tutti gli avatàra, vivono eternamente in Lui.

Quando Krishna apparve, anche Srì Visnu era presente. Krishna discende solo per rivelare i Suoi divertimenti di Vrindavana, per affascinare le anime condizionate, per favorirle e invitarle a ritornare alla loro vera dimora, il regno spirituale.

 

Dal "Libro di Krishna"

S.D.G.Bhaktivedanta Swami Prabupada

lunedì 30 agosto 2021

"GRHASTHA E GRHAMEDHI" di S.D.G.Bhaktivedanta Swami Prabhupada

 

Le Scritture rivelate raggruppano in due categorie le persone che si dedicano alla vita di famiglia; le une sono dette grhastha e le altre grhamedhi. I grhastha vivono con la moglie e i figli, ma si consacrano alla realizzazione della Verità suprema. I grhamedhi, invece, sono coloro che vivono solo per assicurare il benessere dei membri della loro famiglia, in senso più o meno esteso, e invidiano tutti “gli altri”. La parola medhi indica l’invidia verso gli altri, caratteristica dei grhamedhi, che sono interessati soltanto alla loro famiglia. Di conseguenza, un grhamedhi non è mai in buoni rapporti con un altro grhamedhi, e su più vasta scala, una società o una nazione non è mai in buoni rapporti con un’altra società o nazione altrettanto egoista. Nell’età di Kali tutti i capifamiglia sono invidiosi l’uno dell’altro, ciechi come sono alla conoscenza della Verità suprema. Essi hanno molti argomenti – politici, scientifici, sociali, economici e così via – che sono per loro oggetto di ascolto, ma a causa della loro scarsa conoscenza trascurano la questione delle sofferenze fondamentali della vita, cioè la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. In realtà, la vita umana ha lo scopo di mettere un termine definitivo a queste sofferenze, ma il grhamedhi, abbagliato dall’energia materiale, dimentica completamente la realizzazione spirituale. Eppure, la soluzione definitiva ai problemi dell’esistenza è tornare a Dio, nella nostra dimora originale. Solo in questo modo, come afferma la Bhagavad-gita (8.16), scompaiono le sofferenze dell’esistenza materiale -la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte.

La via che conduce a Dio consiste nell’ascoltare ciò che riguarda il Signore Supremo, il Suo nome, la Sua forma, i Suoi attributi, i Suoi divertimenti e la varietà di ciò che Lo circonda. Le persone sciocche ignorano tutto questo. Ascoltano volentieri ciò che riguarda i nomi e le forme di ogni cosa temporanea, ma non sanno usare il loro potere di ascolto per il bene ultimo. Nella loro confusione mettono addirittura per iscritto le loro speculazioni sul nome, la forma e gli attributi della Verità suprema. Bisogna dunque stare attenti a non diventare grhamedi e vivere solo per invidiare gli altri; dobbiamo diventare veri grhastha, secondo il significato indicato dalle Scritture.

giovedì 19 agosto 2021

"Perchè Krishna mostra i Suoi passatempi più intimi?" di A.C.Bhaktivedanta Swami

 


Perchè Krishna, che è sufficiente in Sè stesso, offre al mondo lo spettacolo di divertimenti (ràsa lìlà) che turbano i detentori della morale convenzionale?


La risposta è che questi divertimenti hanno lo scopo di rendere manifesta la misericordia particolare di cui possono beneficiare le anime cadute, le anime condizionate dalla materia. Sebbene emanazioni dell’energia interna di Krishna, le gopi apparvero come donne comuni perché Krishna volle manifestare la ràsa-lìlà. In questo mondo, la forma più alta del piacere risiede nell’attrazione sessuale tra uomo e donna. L’uomo non vive che per essere attratto dalle donne, che a loro volta non vivono che per essere attratte dall’uomo. Ecco il principio basilare dell’esistenza materiale. Ogni volta che queste due forze di attrazione si uniscono, uomini e donne sprofondano ancora di più nella prigione della materia. Per mostrare loro un favore speciale, per attrarli, Krishna rivelò la Sua danza, la ràsa-lìlà. Poichè il sesso li affascina tanto, essi devono sapere che si può trovare un piacere analogo con Krishna e ottenere così la liberazione dalle catene materiali. Nel secondo Canto dello Srìmad-Bhàgavatam anche Mahàraja Parìksit spiega che i divertimenti e gli atti di Srì Krishna sono una cura per gli esseri condizionati; infatti è sufficiente che essi ascoltino ciò che riguarda Krishna per guarire dalla malattia del materialismo. Anche se dediti ai piaceri di questo mondo e avvezzi a leggere letterature sensuali, gli esseri condizionati saranno purificati da ogni contaminazione materiale se ascoltano i sublimi divertimenti di Krishna.

Sukadeva Gosvàmi spiega anche il modo di ascoltare i discorsi su Krishna, e da quale fonte. Il mondo è pieno di màyàvàdì ( letteralmente “i seguaci di màyà, l’illusione, coloro che sostengono che in ultima analisi, noi siamo Dio ), e una grande confusione si viene a creare quando essi raccontano lo Srìmad-Bhàgavatam per professione a un pubblico che, ignorando le conseguenze nefaste della filosofia màyàvàda, sta ad ascoltarli. Non è consigliato discorrere della ràsa-lìlà con uomini comuni, perché tutti sono più o meno contaminati dalla filosofia màyàvàda. Chi ascolta invece un maestro veramente avanzato sulla via spirituale si eleverà certamente al piano della coscienza di Krishna e si libererà dalla contaminazione di una vita materiale.

Un altro punto importante da ricordare è che le gopì non danzarono con Krishna nel loro corpo materiale, bensì nel loro corpo spirituale. I loro mariti, ormai affascinati dall’influenza dell’energia esterna di Krishna, credevano, per effetto di questa stessa influenza, che le loro spose dormissero accanto a loro, e non avrebbero mai immaginato che fossero andate invece a danzare con Krishna. Su che base, dunque, si può accusare Krishna di rapire le spose degli altri? I corpi delle gopì, proprietà dei loro mariti, giacevano sul letto coniugale: a danzare con Krishna erano i Suoi frammenti spirituali. Krishna è la Persona Suprema, il Tutto spirituale, ed Egli danzò con i corpi spirituali delle gopì. Da nessun punto di vista, dunque, esiste motivo di accusare Krishna.

Quando la danza ràsa si concluse, la notte-una notte di Brahmà, che come afferma la Bhagavad-gìtà, dura un tempo infinitamente lungo- entrava nella sua fase di bràhma-muhùrta. Il bràhma-muhùrta, che inizia circa un’ora e mezza prima del sorgere del sole, è l’ora adatta per destarsi e, fatte le abluzioni quotidiane, impegnarsi in attività spirituali celebrando il mangala-àràtrika e cantando il mantra Hare Krishna, perché questo è il momento più favorevole per queste attività. Col sopraggiungere di quest’ora propizia Krishna chiese alle gopì di lasciarLo. Così, pur senza averne il minimo desiderio, le gopì, così care a Krishna, Gli obbedirono e Lo lasciarono per far ritorno alle loro case.

 Dal "Libro di Krishna", spiegazione della danza rasa descritta nel decimo Canto dello Srimad-Bhagavatam.

domenica 25 luglio 2021

“NON SONO D’ACCORDO CON SRILA KRISHNADASA KAVIRAJA GOSWAMI"

 

All’inizio degli anni 30, Srila Prabhupada Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakura inviò i suoi primi rappresentanti dall’India alla Birmania (ora Myanmar), e Srì Radharamana Brahmacari, che era ancora molto giovane, si trovava con loro. Srila Prabhupada Bhaktisiddhanta andò a salutarli al molo del Ghat di Ouram a Calcutta, e disse: “ Radharamana si reca in un paese straniero in questa tenera età”.


Un giorno, mentre predicava in Birmania, il giovane Radharamana Prabhu disse a Srila Bhakti Sudhira Yachaka Maharaja: “Krishnadasa Kaviraja ha detto che “la vera identità dell’entità vivente è quella di eterno servitore di Krishna”, ma io non sono d’accordo con questo”. Srila Yachaca Maharaja si arrabbiò molto e gli rispose: “Sei pazzo ad affermare che non sei d’accordo con Krishnadasa Kaviraja Goswami?”.

Srì Radharamana Prabhu disse: “Scriverò un articolo riguardo questo”.

Scrisse l’articolo e lo inviò a Srila Prabhupada previa supervisione dei suoi editori.

Srila Pranavananda Prabhu (che poi diventò Srila Bhakti Pramode Puri Maharaja) lesse l’articolo e sorridendo lo consegnò a Srila Prabhupada.

In questo articolo Srì Radharamana Prabhu aveva scritto: “Si, in verità la mia vera identità è quella di eterno servitore di Krishna, ma siccome adesso io non conosco Krishna, non ho alcuna realizzazione di ciò. Se esprimo questa affermazione adesso, sarà solamente qualcosa di superficiale. Però conosco il mio Gurudeva, posso vedermi come suo eterno servitore, e per la sua grazia un giorno potrò conoscere Krishna, e potrò realizzare la mia posizione di eterno servitore di Krishna; ma non prima. Adesso mi vedo come eterno servitore del mio Guru. Questa è la mia vera identità.

Srila Prabhupada rimase molto compiaciuto nel leggere questo, e disse: “Queste grate parole sono state pronunciate da un giovane ragazzo; gli darò le mie benedizioni in una lettera. Per favore, inviategliela”.

giovedì 6 maggio 2021

"Sono nel cuore di ognuno..." di Srila Bhaktivedanta Swami Prabhupada

Dio ha dotato ogni essere di un certo libero arbitrio: se aspiriamo ai piaceri materiali e per
ottenerli desideriamo sinceramente fare appello agli Esseri Celesti (Brahma, Siva, Sarasvati, etc.), il Signore, presente come Anima Suprema nel cuore di ciascuno di noi, comprende il nostro desiderio e ci permette di esaudirlo. Padre supremo di tutti gli esseri, Egli non reprime la nostra volontà d’indipendenza;anzi, facilità la soddisfazione di ogni nostro desiderio materiale. Ci si potrebbe chiedere allora perché Dio onnipotente permetta agli esseri viventi di godere della materia e di cadere nei meandri dell’energia illusoria. La risposta è che se Egli, come Anima Suprema, non concedesse questa possibilità, la loro libertà non avrebbe significato. Egli li lascia dunque completamente liberi di agire come vogliono, ma nella Bhagavad-gita dà il Suo insegnamento finale: lasciare tutto per abbandonarsi interamente a Lui e conquistare così la felicità. 
 Uomini ed Esseri Celesti sono tutti subordinati alla volontà di Dio, la Persona Suprema. Il culto agli Esseri Celesti non dipende dunque solo dal desiderio dell’uomo, né gli Esseri Celesti possono, da soli, accordare le loro benedizioni. Si dice che neppure un filo d’erba si muova in modo indipendente dalla volontà del Signore Supremo. Di solito coloro che soffrono si rivolgono agli Esseri Celesti, seguendo le raccomandazioni dei Veda, e rendono culto a questa o a quella Divinità secondo il beneficio che vogliono ottenere. Chi vuole ritrovare la salute rende culto al dio del sole, chi aspira all’erudizione rende culto a Sarasvati, la dea del sapere, e chi desidera una bella sposa a Uma, la moglie di Siva. Questi sono alcuni esempi delle indicazioni contenute negli sastra (Scritture vediche) sui culti resi ai vari Esseri Celesti. A chi desidera ottenere un particolare beneficio, il Signore dà l’ispirazione e la determinazione con cui potrà avvicinare l’Essere Celeste che può accordarglielo e ottenere così ciò che desidera. La particolare devozione che un individuo prova per una certa Divinità viene anch’essa dal Signore e non dalla Divinità stessa; solo Krishna , l’Anima Suprema situata nel cuore di ognuno, può ispirare l’uomo nel suo culto agli Esseri Celesti, che dopotutto costituiscono le diverse membra del corpo universale del Signore Supremo, e non hanno alcuna indipendenza propria. Nel primo Anuvaka della Taittiriya Upanisad,si trova questo verso: “Dio, la Persona Suprema, abita anche nel cuore degli Esseri Celesti come Paramàtmà; è Lui che permette loro di soddisfare i desideri degli uomini. Né gli Esseri Celesti né gli uomini sono indipendenti. Tutti dipendono dalla volontà suprema.”
 
Commento al verso 21 del capitolo 7 della Bhagavad - gita.

martedì 4 maggio 2021

"La Causa Prima è da sè stessa e per sè stessa" di Srila B.R. Sridhara Deva Goswami Maharaja


Quale posizione occupa il Centro? È menzionato nella Bhagavad-gita:


sarva-dharmàn parityajya
mam ekam saranam vraja

(Bg. 18.66)

 

Krsna spiega la Sua posizione: “Abbandona ogni dharma (dovere) e semplicemente abbandonati a Me”.

Ora voglio presentare questo concetto da un altro punto di vista.

Hegel era un grande filosofo tedesco e la sua filo­sofia è conosciuta come perfezionismo. Egli ha dato un’idea: la Verità Assoluta, la Causa Prima di tutto, deve avere due qualifiche per essere tale. Deve essere: da sè stessa e per sè stessa.

Ti prego di prestare attenzione. Da sè stesso significa che Egli è la Sua stessa causa, nient’altro lo ha creato. Se qualcosa lo avesse creato, quel creatore avrebbe la primaria importanza. Di conseguenza, per essere Assoluto deve essere anadi, eternamente esistente e non creato da alcuno. L’Assoluto deve avere questa qualifica. L’altra qualità è che la Verità Assoluta è per sè stessa. Esiste solo per la propria soddisfazione, non per soddisfare qualcun altro. Se la Sua esistenza fosse in funzione di soddisfare qualche altra entità, avrebbe un’importanza secondaria, e colui per la soddisfazione del quale Egli vive, assumerebbe la posizione primaria.

Di conseguenza, l’Assoluto deve avere queste due qualifiche: Egli è la Sua stessa causa, ed Egli esiste solo per soddisfare Se stesso, per perseguire il Suo scopo. Se un filo d’erba si muove, lo fa per compiere lo scopo dell’Assoluto. Tutto – ogni accadimento, e qualsiasi cosa succeda – deve esistere per la Sua soddisfazione. Così la vera corrente è il Suo lila, il Suo Passatempo. Noi siamo guidati da altri interessi: interessi familiari, interessi nazionali, sociali, umanitari ecc… Ma se rapportate all’infinito, queste attività sono solo una piccola cosa, una piccola parte, e noi siamo continuamente impegnati ad agire per questi interessi separati. Tra innumerevoli interessi separati ci sono logicamente dei conflitti e quindi si generano problemi. Ma noi dobbiamo lasciare tutti questi cosiddetti interessi particolari, uscire dal fraintendimento, e cercare di raggiungere la funzione di unità attive per la causa dell’insieme.

La conclusione della Bhagavad-gita data da Krsna è “Sarvva-dharmmàn parityajya - Abbandona tutti i doveri che credi ora di dover compiere e - màm ekam saranam vraja - abbandonati ai Miei piedi”.

aham tvàm sarvva-pàpebhyo

moksayisyàmi mà sucah

“Ti libererò da tutti i problemi che tu possa mai immaginare”.

In altre parole devi ricordare di essere fedele al Centro. Attualmente, tutte le tue attività sono rivolte verso un interesse locale; abbandona questa locale identificazione dei tuoi interessi e fondili, armonizzali totalmente nell’interesse del tutto organico.

Vediamo un esempio: se un ufficiale di polizia prende anche solo tre rupie per un suo scopo personale, viene punito, ma se uccide anche più persone per l’interesse del paese, viene premiato. Allo stesso modo, qualunque cosa fatta per la soddisfazione dell’insieme è buono, ma se l’azione è diretta ad un tuo beneficio personale o per favorire un tuo amico, dovrai essere punito. In una fabbrica, non abbiamo nessun diritto di prendere una bustarella per il nostro tornaconto personale, allo stesso modo non abbiamo nessun diritto di indire uno sciopero, cioè di far man­care la forza lavorativa, perché in quel caso la fabbri­ca sarà distrutta.

Né lo sfruttamento né la rinuncia serviranno. Lo sfruttamento è evidentemente negativo e, poiché non abbiamo nessun diritto di astenerci dall’agire, di scioperare, anche la rinuncia è negativa. In un insieme organico l’interesse comune è che ognuno deve dedicarsi al Centro, e al Centro significa al tutto. Quando mettiamo del cibo nello stomaco, lo stomaco lo distribuirà adeguatamente ad ogni parte secondo le necessità. Questo modo di vivere e di pensare è Vaisnavismo. Esiste un insieme organico, e noi ne siamo una parte. Abbiamo il nostro particolare dovere in connessione con il tutto e questo consiste nella devozione per l’insieme. Non dobbiamo mettere il cibo nell’occhio, o nel naso, o nell’orecchio, o in qualsiasi altro posto che non sia lo stomaco; solo allora sarà distribuito correttamente e tutto l’organismo sarà sano. Ognuno di noi è parte dell’intero universo e il nostro compito è quello di lavorare per il tutto; questo significa devozione, dedizione, abbandono. E come possiamo venire a conoscenza di questo? Riceveremo l’aiuto dalle Scritture rivelate e dai molti santi e agenti che arrivano da quel piano per riportar­ci in armonia.


 

lunedì 26 aprile 2021

"Gesù Cristo era un Guru" di A.C.Bhaktivedanta Swami Prabhupada

 

Il maestro spirituale fondatore del Movimento per la Coscienza di Krishna riconosce Gesù Cristo come “il figlio di Dio, il rappresentante di Dio…”il nostro guru…la nostra guida spirituale”, ma non risparmia parole dure a coloro che si proclamano suoi seguaci.

Lo Srimad-Bhagavatam afferma che ogni autentico predicatore della coscienza di Dio deve possedere tolleranza (titiksà) e compassione (karunà), due qualità presenti nel carattere di Gesù Cristo. Egli era così tollerante che non biasimò nessuno perfino mentre veniva crocifisso, ed era così compassionevole che pregò il Padre di perdonare proprio quelli che cercavano di ucciderlo. (Ovviamente non potevano ucciderlo, ma avendone l’intenzione, si macchiarono di una grave offesa). Sulla croce Cristo pregò: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.
Un predicatore della coscienza di Dio è amico di tutti e Gesù illustrò questo principio insegnando il quinto comandamento, “Non uccidere”, ma i cristiani travisano la sua istruzione. Credono che gli animali non abbiano l’anima, perciò si sentono liberi di ucciderne a milioni nei mattatoi. Sono numerosi coloro che si professano cristiani, ma è davvero molto difficile trovarne uno che segua alla lettera le istruzioni di Gesù Cristo. Un vaishnava è infelice nel vedere gli altri soffrire, e Gesù Cristo accettò di sacrificarsi per liberare il prossimo dalla sofferenza, ma i suoi seguaci sono così sleali da pensare: “Lasciamo che soffra per noi e continuiamo a peccare”. Amano a tal punto Cristo da dirgli: “Mio caro Gesù, siamo troppo deboli per abbandonare le nostre attività colpevoli, quindi, per favore, soffri tu per noi”.
 
Gesù ha detto “Non uccidere”, ma i suoi seguaci hanno deciso di uccidere comunque e aprono grandi mattatoi altamente meccanizzati. “Se pecchiamo, Cristo soffrirà per noi”. Questa è la loro abietta conclusione. Cristo può assumersi le sofferenze dovute ai peccati pregressi dei suoi devoti, ma essi devono innanzitutto ragionare con profonda onestà: “Perché Gesù deve pagare per i miei peccati? Sono io che devo smettere di peccare”.
Supponiamo che il figlio prediletto di un uomo commetta un omicidio e pensi: “Se mi arrestano sarà mio padre a soffrire al posto mio”. La legge lo permetterà? Quando l’omicida viene preso e dice, “No, no! Rilasciate me e arrestate mio padre, sono il suo figlio prediletto”!, la polizia accoglierà la sua stupida richiesta? Lui ha commesso l’omicidio ma pensa che suo padre dovrebbe subire il castigo! E’ una proposta ragionevole? “No. Tu sei l’assassino, tu devi essere condannato”. Quando commettete atti peccaminosi siete voi a patirne le conseguenze, non Gesù. Questa è la legge di Dio.
Gesù Cristo era una personalità davvero grande, il figlio di Dio. Non aveva difetti, eppure fu crocifisso. Voleva dare a tutti la coscienza di Dio, ma in cambio fu messo in croce. Erano così ingrati! Non riuscivano ad apprezzare la sua predica. Noi invece l’apprezziamo e onoriamo Gesù come rappresentante di Dio. Egli dovette adeguare il proprio messaggio al tempo, al luogo e alla circostanza in cui predicò, ma è senz’altro il rappresentante di Dio, quindi lo veneriamo e gli offriamo i nostri omaggi.
Una volta, a Melbourne, un gruppo di sacerdoti cristiani venne a farmi visita. Mi chiesero cosa pensassi di Gesù Cristo e si mostrarono contenti quando risposi: “E’ il nostro guru. Predicava la coscienza di Dio, quindi è il nostro maestro spirituale”.
In realtà, chiunque predichi le glorie di Dio deve essere accettato come guru. Gesù era una grandissima personalità; non dobbiamo crederlo un uomo comune. Le Scritture dicono che chiunque consideri il maestro spirituale un uomo comune ha una mentalità demoniaca. Se Gesù fosse stato una persona ordinaria, non avrebbe potuto diffondere la coscienza di Dio.

"Abbandonarsi a Srì Guru" di Srila B.R.Sridhara Deva Goswami


 Persino gli eruditi rimangono perplessi nel capire cosa sia il bene e cosa sia il male, cosa accettare e cosa rifiutare (kim karma kim akarmeti kavayo ‘py atra mohitah). Persino gli eruditi sbagliano nel comprendere quali siano le loro reali necessità. Questo mondo materiale è una giungla di perplessità, dove l’anima accetta tanti tipi di corpi in differenti tipi di coscienze. Viene affermato nelle “Leggi di Manu”:


jalaja nava laksani
sthavara laksa vimsati
krmayo rudra-sankhyakah
paksinam dasa laksanam
trimsal laksani pasavah
catur laksani matusa

Esistono 900.000 specie di esseri acquatici, 2.000.000 specie di alberi e piante, 1.100.000 specie di insetti e rettili, 1.000.000 specie di uccelli, 3.000.000 specie di animali a quattro zampe e 400.000 specie di esseri umani. Manu asserisce che gli alberi posseggono una forma così disperata come risultato del loro karma. La loro sensazione di dolore e di piacere è simile alla nostra, la loro anima non è inferiore, ma vivono una situazione disagiata a causa del loro karma, perciò non possono fare altro che biasimare loro stessi per la situazione in cui si trovano. Questo è lo stato delle cose nel mondo esterno. Viviamo in un ambiente afflitto da gravi ideologie sbagliate, da fraintendimenti, inganni e cattivi comportamenti. Come possiamo essere certi di ciò che è giusto o sbagliato, di ciò a cui dovremmo aspirare o rigettare? Numerose alternative si accalcano una sull’altra, venute per influenzarci, e quando questo piano coperto dall’illusione e influenzato dall’inganno è colmo di tali diversità, come possiamo sperare di riconoscere l’infinito mondo spirituale di Vaikuntha? Con quale attitudine dovremmo avvicinare quel regno trascendentale situato oltre il regno dei sensi e della mente (adhoksaja)?
 

Il Guru Sincero
 
Dobbiamo adottare qualsiasi risorsa e accettare qualsiasi compagnia che ci aiuti a guadagnare l’entrata in quel regno. Dovremmo cercare di avere anche la più piccola connessione con quello scopo perfetto che è la nostra innata aspirazione. Siamo senza aiuto, senza speranza nel mezzo della delusione, siamo in estremo pericolo, facciamo affidamento sul nostro libero arbitrio, sulla nostra capacità di comprendere veramente in cosa consiste il nostro bene, ma è talmente debole da non essere in grado di guidarci. In quale pericolo siamo! Tutto, intorno a noi, è testimone di questo pericolo. Un guru autentico che ci guidi verso il nostro vero benessere è sommamente importante! Una guida adeguata è la cosa più preziosa e importante per tutti noi, perché ci troviamo nel mezzo di più forze che ci strattonano e ci attraggono verso più direzioni. Dobbiamo essere attenti e imboccare la giusta direzione, perché se accettiamo la guida di chiunque e ovunque, saremo solo sviati. Questa direzione ci viene fornita da Krishna nella Bhagavad-gita:

tad viddhi pranipatena
pariprasnena sevaya
upadeksyanti te jnanam
jnaninas tattva darsinah

“Cerca di conoscere la verità avvicinando un maestro spirituale, ponigli delle domande con sottomissione e servilo. L’anima realizzata può rivelarti la conoscenza perché ha visto la verità”.
 

I Requisiti di un Discepolo
 
Krishna ci fornisce, qui, il modello sul quale basarci per capire da una fonte autentica “ciò che in verità è”. Il campione di misurazione della verità e della menzogna non deve venire da un piano viziato e vulnerabile, ma da un piano reale, e per realizzarlo dobbiamo possedere questi tre requisiti: pranipat, pariprasna e seva. Pranipat significa che dovremmo arrenderci a questa conoscenza non ordinaria, priva di un soggetto che può diventare oggetto, perchè essa stessa è super-soggetto. Noi possiamo essere i soggetti in questo mondo grossolano, ma per essere toccati dalla super-conoscenza di quel piano, dovremo diventarne gli oggetti. Pranipat significa avvicinare un Maestro Spirituale con la seguente attitudine: “Ho terminato con le esperienze di questo mondo esterno, non ho nessuna attrazione per questo piano nel quale ho già viaggiato. Ora offro me stesso esclusivamente sul Tuo altare. Desidero ricevere la Tua grazia”. Dovremmo avvicinare la più alta conoscenza con questo sentimento. Pariprasna significa onestà, domanda sincera. Dobbiamo porre delle domande abbandonando la tendenza alla discussione e lo spirito di controversia. Tutti i nostri sforzi dovrebbero essere incentrati verso un atteggiamento positivo idoneo per apprendere la Verità, lasciando lo spirito dubbioso e sospettoso. Con piena attenzione dovremmo cercare di capire la verità, perché ci viene data da un piano di realtà superiore che non abbiamo mai conosciuto. Per concludere troviamo seva, servizio. Questo è l’aspetto più importante. Stiamo cercando di giungere alla conoscenza non per ricavare un aiuto da quel livello, non per poter utilizzare quell’esperienza in questo piano di vita, ma per impegnarci a servirla. Solo con questa attitudine possiamo avvicinare quel livello di conoscenza. Dovremmo servire la più alta conoscenza, non cercare di farci servire da essa, altrimenti non ci sarà concesso di entrare in quel mondo. La conoscenza suprema non ci viene data per servire questo piano inferiore, ma per offrire noi stessi ed essere utilizzati da Lei. Non dobbiamo cercare di usarla egoisticamente per soddisfare i nostri bassi scopi. Lui non deve dedicarsi a noi per soddisfare i nostri scopi animaleschi; al contrario, siamo noi che dovremmo dedicarci a Lui in un sentimento di servizio. Con questa attitudine dobbiamo cercare il piano della vera conoscenza e ricevere un modello di comprensione che ci faccia capire “ciò che in verità è” ed avere un’appropriata valutazione del nostro ambiente. Nella cultura Vedica la conoscenza assoluta è sempre stata impartita solo con questo processo e mai attraverso un approccio intellettuale. Srila Prabhupada Bhaktisiddhanta era solito fare l’analogia dell’ape: il miele è nella bottiglia, il tappo la chiude e l’ape è seduta sul vetro. Essa cerca di gustare il miele leccando la bottiglia, ma così come l’ape non può gustare il miele in questo modo, gli intellettuali non
possono avvicinare il mondo dello spirito. Possiamo pensare di averlo raggiunto, ma non è cosa possibile: la barriera è lì, proprio come il vetro della bottiglia. Il conseguimento intellettuale non è il conseguimento reale della conoscenza superiore. Solo attraverso la fede, la sincerità e la dedizione possiamo raggiungere quel regno superiore e diventarne membri. Possiamo entrare in quel piano superiore solo se ci viene dato un visto per esserne ammessi; solo in questo modo possiamo entrare nella terra dell’esistenza divina. Un candidato deve possedere questi tre requisiti per essere in grado di avvicinare la verità, la quale è situata sul piano superiore della Realtà Assoluta. E’ possibile avvicinare la Verità Assoluta solo con un’attitudine di umiltà, sincerità e dedizione.
Nello Srimad-Bhagavatam e nei Veda troviamo una affermazione simile. Nelle Upanisad è detto:

tad vijnanartham sa gurum evabhigacchet samit panih srotriyam brahma nistham

“Avvicina un maestro spirituale non casualmente o esitando, ma col cuore candido e sincero.”

giovedì 22 aprile 2021

Dal "Nettare dell'Istruzione" di Srila Rùpa Goswami


                               Verso I

 

vaco vegam manasah krodha-vegam
jihva-vegam udaropastha-vegam
etan vegan yo visaheta dhirah
sarvam apimam prthivim sa sisyat

 

Traduzione

La persona equanime che riesce a controllare l’impulso di parlare, le esigenze della mente, l’influenza dell’ira, e gli stimoli della lingua, dello stomaco e dei genitali, è qualificata per fare discepoli in tutto il mondo. 

 

Spiegazione

 Nello Srimad-Bhagavatam (6.1.9-10), Pariksit Maharaja ha posto a Sukadeva Gosvami una serie di domande intelligenti. Una di queste domande era: “Perché le persone si sottopongono all’espiazione se non riescono a controllare i propri sensi?” Ad esempio, un ladro può essere perfettamente a conoscenza della possibilità di essere arrestato per aver rubato, e può anche darsi che assista all’arresto di un altro ladro da parte della polizia, ma tuttavia continua a rubare. Ci vuole esperienza sentendo e vedendo. Qualcuno che è poco intelligente acquista esperienza vedendo, mentre quello che è più intelligente accumula esperienza ascoltando. La persona intelligente si astiene dal rubare, perchè ha ascoltato dai libri di diritto e dagli shastra o scritture, che non è buona cosa rubare, e perchè ha sentito che il ladro viene punito al momento dell’arresto. La persona meno intelligente probabilmente deve prima essere arrestata e punita per aver rubato, per imparare a smettere di rubare. Tuttavia, il furfante, l’uomo disonesto, forse ha dell’esperienza per aver visto e sentito, e può anche essere stato punito, ma continuerà ancora a rubare. Anche se quella persona espia e sconta la pena comminata dall’autorità, tornerà a rubare appena uscita di prigione. Se si considera che la punizione del carcere è una sorta di espiazione, allora a cosa serve l’espiazione? Così Maharaja Pariksit chiese:

drsta srutabhyam yat papam
janann apy atmano ‘hitam
karoti bhuyo vivasah
prayascittam atho katham

kvacin nivartate ‘bhadrat
kvacic carati tat punah
prayascittam atho ‘partham
manye kuñjara-saucavat

Egli paragonò l’espiazione al bagno di un elefante. L’elefante può fare il bagno nel fiume con molta cura, ma non appena si ritrova a riva si cosparge tutto il corpo di terra. A cosa gli è servito allora fare il bagno? Allo stesso modo, molti praticanti spirituali cantano il maha-mantra Hare Krishna, ma contemporaneamente si impegnano in molte attività proibite, pensando cantando contrasteranno le loro offese. Tra i dieci tipi di offese che si possono commettere mentre si canta il santo nome, questa offesa è denominata namno balad yasya hi papa-budhih: impegnarsi in attività peccaminose approfittando del canto del maha-mantra Hare Krishna. Similarmente, alcuni cristiani vanno in chiesa a confessare i propri peccati, pensando che confessandoli ad un prete ed eseguendo qualche penitenza, si libereranno dei risultati dei loro peccati settimanali. Non appena finisce il sabato e giunge la domenica, ricominciano con le loro attività peccaminose, in attesa di essere perdonati il sabato successivo. Pariksit Maharaja, il re più intelligente del suo tempo, condanna questo tipo di prayascitta o espiazione. Sukadeva Gosvami, essendo ugualmente intelligente, come si addice al Maestro Spirituale di Maharaja Pariksit, rispose e confermò al re, che la sua affermazione riguardo all’espiazione era corretta. Non si può contrastare un’attività peccaminosa con una attività di pia. Quindi la vera prayascitta o espiazione, è quella di risvegliare la nostra coscienza di Krishna latente. La vera espiazione implica progredire per raggiungere la vera conoscenza, e per raggiungere questo obiettivo vi è un processo autorizzato. Quando qualcuno segue un processo regolato di igiene non si ammala. L’essere umano deve essere addestrato in conformità ad alcuni principi che ravvivano la sua conoscenza originale. Questa vita metodica è denominata tapasya. Uno può elevarsi gradualmente, fino alla vera conoscenza o coscienza di Krishna, praticando austerità e il celibato (brahmacarya), controllando la mente, controllando i sensi, abbandonando i propri averi e dandoli in carità, essendo dichiaratamente veritiero, mantenendosi pulito e praticando gli yoga-asana. Tuttavia, se qualcuno è così fortunato da associarsi a un puro devoto, potrà facilmente superare tutte le pratiche per il controllo della mente, eseguite con il processo dello yoga mistico, semplicemente seguendo i principi regolatori del sentiero della coscienza di Krishna – astensione dal sesso illecito, dal mangiare carne, dal drogarsi o ubriacarsi e dal gioco d’azzardo, e dedicarsi a servire il Signore Supremo sotto la direzione di un Maestro Spirituale autentico. Srila Rupa Gosvami raccomanda questo semplice processo.

mercoledì 21 aprile 2021

"Piacere materiale significa sfruttamento, ed è reazionario" di Srila B.R.Sridhara Maharaja

 

Per favore, ascolta attentamente. Cercherò di spiegarti scientificamente il soggetto in generale, indipendentemente da qualsiasi concezione religiosa.

 Prima di tutto dobbiamo capire che esistono tre piani di vita: il piano dei piaceri materiali, il piano della rinuncia, il piano della devozione. Il piano del piacere mondano è quello in cui, più o meno, ci troviamo ora. Godimento materiale significa sfruttamento; senza sfruttamento niente può esistere in questo piano:

ahastàni sahastànam
apadàni catuspadàm
laghuni tatra mahatàm
jìvo jìvasya jìvanam
 
"Gli esseri senza mani sono la preda di quelli che hanno le mani; gli esseri senza zampe sono la preda di quelli che camminano. Così del debole si nutre il forte, e la legge universale vuole che ogni specie sia cibo per un'altra".

Tutto è pieno di vita: gli alberi, le piante rampicanti e anche l'erba, ma senza sfruttamento nessuno può mantenere il proprio corpo qui. Questo è il piano dello sfruttamento, e come dice Newton nella sua terza legge, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Attraverso lo sfruttamento si contrae un debito, e per estinguere questo debito si dovrà scendere. In questo modo esistono tantissime jìva (anime) che scendono e salgono, su e giù in base alle azioni e reazioni nel piano dello sfruttamento. Anche la società umana si basa sull'estremo sfruttamento; ovunque esiste il tentativo di vivere a costo della vita di altri. Senza questo, la vita è impossibile.
I Buddisti, i Giainisti, i seguaci di Sankara e tanti altri, tentando di sfuggire a questa trappola, cercano una vita dove non ci siano nè azione nè reazione. Per evitare azione e reazione cercano di trovare una posizione di rinuncia, ed arrivano a sviluppare una concezione simile ad un sonno senza sogni, il samàdhi: distaccarsi completamente dal mondo oggettivo e rimanere in un piano soggettivo. Non permettendo ai propri sentimenti di spostarsi nel piano più basso, essi mantengono sempre una posizione soggettiva, qualcosa di simile ad un sonno senza sogni.
I Vaisnava, coloro che servono la Suprema Personalità di Dio, sono dell'opinione che esista un altro mondo, quello della devozione. La devozione è proprio l'opposto dello sfruttamento. Nel piano mondano ogni unità vuole sfruttare l'ambiente, ma nel piano della devozione ogni unità vuole servire l'ambiente; e non solo l'ambiente, ma la vera chiave della vita in questo piano è quella di servire il Centro. Viviamo in un insieme organico, di conseguenza ogni punto deve essere collegato al Centro organico. La spiegazione è data nello Srìmad Bhàgavatam con l'analogia del servire la radice di un albero:
 
yathà taror mùla-nisecanena
trpyanti tat-skandha-bhujopasàkhàh
prànopahàràc ca yathendriyànàm
tathaiva sarvàrhnam acyutejya
S.B.4.31.14
 
"Come innaffiando le radici di un albero si dà energia a tutto l'albero, al tronco, ai rami, alle foglie e a tutto il resto, come fornendo cibo allo stomaco si dà forza ai sensi e alle varie membra del corpo, così il semplice fatto di adorare Dio, la Persona Suprema, col servizio devozionale vengono soddisfatti automaticamente anche gli esseri celesti, che sono frammenti di questa Persona Suprema"
 
Anche nella letteratura Vedica troviamo scritto: "Cerca di trovare l'Uno conoscendo il quale tutto è conosciuto".
Esiste un punto centrale conoscendo il quale tutto è conosciuto, ottenendo il quale tutto è ottenuto. Il consiglio di tutti i Veda è cercare di scoprire il Centro. Cerca perciò di identificare questo Centro. All'inizio alcuni potrebbero pensare che questa sia un'affermazione ridicola: "Solo un pazzo può dire una simile assurdità!". Un'analogia è data nello Srimad Bhagavatam: quando versi dell'acqua alla radice dell'albero, l'intero albero viene nutrito, e se metti del cibo nello stomaco l'intero corpo viene nutrito; similmente, se tu servi il Centro, tutto viene servito. Fare questo è possibile, e significa entrare nel piano della devozione. Evitando il piano dello sfruttamento e anche quello della rinuncia, cerca di entrare in quello della devozione. La tua àtmà, la tua anima, è un membro di quel piano. Quello è il mondo reale, mentre questo ne è un riflesso distorto.
Il mondo reale è quello in cui ogni unità si dedica al tutto, rappresentato dal Centro, proprio come in un corpo sano ogni atomo lavora per il benessere dell'intero organismo. Se un atomo inizia a lavorare solo per sè stesso, allora comincia lo sfruttamento, e un tale lavoro localizzato per un interesse localizzato è chiaramente negativo. Ogni parte del corpo, ogni atomo, deve lavorare per il benessere dell'intero sistema. Esiste un Centro, e sotto la sua guida dovremmo lavorare.


martedì 20 aprile 2021

"CIVILTA' SQUILIBRATA" di Srila Bhaktivedanta Swami Prabhupada

 

 Srimad Bhagavatam  6.1.49 New Orleans, 1 Agosto1975



yathājñas tamasā (yukta)
upāste vyaktam eva hi
na veda pūrvam aparaṁ
 naṣṭa-janma-smṛtis tathā
 
(SB 6.1.49)
 

"Come una persona addormentata agisce secondo il corpo che manifesta nei suoi sogni e lo considera il suo vero sé, così una persona s'identifica col suo attuale corpo, acquisito grazie alle passate attività religiose o irreligiose, e non è in grado di conoscere le sue vite passate o future." 

 

Questa è la nostra posizione. Questo è il nostro progresso nella scienza, noi non sappiamo chi eravamo prima di questa vita, e cosa diventeremo dopo questa vita. La vita continua. Questa è la conoscenza spirituale. Ma molti non sanno neanche che la vita continua. Pensano di avere ottenuto questa vita per caso, pensano che tutto termina con la morte, che non c'è bisogno di porsi domande sul passato, sul presente o sul futuro. "Godiamocela", pensano. Questa si chiama ignoranza, tamasā, vita irresponsabile. Ajñaḥ; ajñaḥ significa "colui che non ha conoscenza". E chi sono coloro che non hanno conoscenza? tamasā, coloro che sono influenzati dall'ingnoranza. Ci sono tre tipi di influenze materiali: sattva, raja e tamas. Sattva-guna significa che tutto è chiaro, prakāśa. Proprio come ora, il cielo è coperto dalle nuvole e non è chiara la luce del sole. Ma al disopra delle nuvole c'é il sole, e tutto é chiaro. E anche all'interno delle nuvole non c'è chiarezza. Allo stesso modo, per coloro che sono influenzati da sattva-guna, tutto è chiaro, ma per coloro che sono influenzati da tama-guna, tutto è ignoranza, e coloro che si trovano da un misto di sattva-guna e tama-guna, sono influenzati da rajo-guna. Queste persone sono semplicemente interessate al corpo presente, non gli importa cosa accadrà, e non hanno nessuna conoscenza di cosa erano prima. E' scritto: nūnaṁ pramattaḥ kurute vikarma (SB 5.5.4). Pramattaḥ, proprio come un uomo pazzo, egli non sa perché é diventato matto, l'ha dimenticato, e dovuto alle sue attività, quello che accadrà dopo, lui non lo sa. Una persona pazza.

Quindi questa civiltà, la civiltà moderna, è proprio come la civiltà dei pazzi. Non hanno nessuna conoscenza della vita passata, e non sono nemmeno interessati alla vita futura. nūnaṁ pramattaḥ kurute vikarma (SB 5.5.4). Sono pienamente impegnati in attività colpevoli, perché non hanno conoscenza della vita passata. Proprio come un cane. Perché egli è diventato un cane, lui non lo sa, e non sa nemmeno cosa gli succederà dopo. Così un cane potrebbe essere stato il primo ministro nella sua vita passata, ma quando ottiene la vita da cane, egli si dimentica. Anche questa è un'altra influenza di māyā. -illusione- prakṣepātmikā-śakti, āvaraṇātmikā-śakti. Māyā ha due potenze. Se qualcuno, dovuto alle sue attività peccaminose passate, diventasse un cane, e se ricordasse che "Io ero il primo ministro e ora sono diventato un cane", sarebbe impossibile per lui continuare a vivere. Perciò, māyā copre la sua conoscenza. Mṛtyu. Mṛtyu significa dimenticare tutto. Ciò si chiama mṛtyu. Di ciò facciamo esperienza ogni giorno e ogni notte: quando di notte sogniamo, ci dimentichiamo di questo corpo. Dimentichiamo di essere sdraiati in un letto all'interno del nostro appartamento. No. Siamo convinti, forse, di stare  vagabondando per la strada o di trovarci in cima ad una collina. E siamo interessati solamente a quel corpo che stiamo sognando. Ci dimentichiamo del corpo precedente. Questa è ignoranza. L'ignoranza è così, e più  ci eleviamo dall'ignoranza alla conoscenza, più saremo vicini al successo della vita. Se rimarremo nell'ignoranza, sarà un completo fallimento. Significa rovinare la vita. Il Movimento per la Coscienza di Kṛṣṇa ha lo scopo di elevare una persona dall'ignoranza alla conoscenza. L'intero schema della letteratura vedica mira a liberare una persona. Kṛṣṇa, nella Bhagavad-gita, parla dei Suoi devoti, non di tutti. teṣāṁ ahaṁ samuddhartā mṛtyu-saṁsāra-sāgarāt (BG 12.7) E ancora:

teṣāṁ evānukampārtham
aham ajñāna-jaṁ tamaḥ
nāśayāmy ātma-bhāva-stho
jñāna-dīpena bhāsvatā
 
(BG 10.11)

Specialmente per i devoti... Egli si trova nel cuore di ognuno, ma Kṛṣṇa aiuta quel devoto che sta cercando di capirLo. Egli aiuta. I non-devoti conducono una vita simile a quella degli animali: mangiare, dormire, vita sessuale e difendersi. A loro non importa nulla della scienza spirituale, di come comprendere Dio o quale sia la loro relazione con Dio. Pensano Dio non esista. Anche Kṛṣṇa dice: "Sì, Dio non esiste. Dormite pure." Perciò viene richiesto sat-saṅga (la compagnia dei devoti). Satāṁ prasaṅgāt. Associandoci con i devoti risvegliamo la nostra curiosità riguardo a Dio. Per questo c'é bisogno di luoghi nei quali offrire la compagnia dei devoti. Non stiamo aprendo così tanti centri inutilmente. No. Tutto è fatto per il beneficio della società umana.



lunedì 11 gennaio 2021

Chi è Siva


Siva ha un principio esistenziale particolare. Le Scritture Vediche menzionano tre principi: il primo è il sakti-mahan-tattva o isa-tattva, il principio del controllore supremo chiamato anche isvara-tattva o, sakti-mahan, proprietario di tutte le energie, e corrisponde a Visnu, la Verità Assoluta. Il secondo è il sakti-tattva, il principio dell'energia e il terzo è il jiva-atma, il principio dell'essere vivente situato in una posizione marginale. Siva non appartiene a nessuna di queste tre categorie; fa parte di una categoria particolare che viene chiamata siva-tattva. Egli non è isvara-tattva, né, sakti-tattva, né jiva-tattva e la sua posizione lo rende, dopo Visnu, la persona più importante degli universi materiali. Infatti Siva è presente in tutti gli universi, mentre Brahma è presente solo in ogni singolo universo; in altre parole in ogni universo è presente un Brahma diverso. Nel nostro universo Brahma possiede quattro teste, ma negli altri universi ne possiede molte di più.

Brahma è un essere vivente, una jiva, un'anima che ricopre questa posizione particolare. In ogni universo questa posizione è ricoperta da una jiva differente, mentre Siva è lo stesso essere in tutti gli universi. La sua posizione quindi è molto più elevata. C'è poi un'altra ragione per la quale la posizione di Siva è più elevata di quella di Brahma e degli altri deva. Quando Visnu crea il mondo materiale non contatta direttamente la Propria energia illusoria, maya, perchè Visnu non è mai illuso dalla Propria potenza illusoria. Egli è sempre consapevole di Sé Stesso. Come contatta allora maya? La guarda. Ma questo sguardo non Lo mette in contatto diretto con lei perché questo Suo sguardo prende la forma di Siva, Sambhu. Guardando l'illusione, Visnu, che rimane nella Propria posizione trascendentale, crea, manifesta il rappresentante, Sambhu, Siva, che entra in contatto diretto con essa. In un certo senso Siva è perciò Visnu stesso, Visnu che contatta maya e che non entrando direttamente in contatto con lei, crea Siva.

Visnu, la Verità Assoluta, possiede eternamente una potenza che viene chiamata cit: è sempre consapevole di Se Stesso. La potenza cit è la potenza di conoscenza, la potenza di cognizione, che si manifesta in due modi: il primo è che Visnu conosce sempre perfettamente Se Stesso e le Sue energie e non fraintende mai nulla, il secondo è che attraverso questa potenza Lo si può conoscere, può farSi conoscere. Visnu perciò non può degradarSi: nel momento in cui Egli contatta l'illusione non è più Lui, ma un Suo aspetto che prende il nome di Siva. Prendiamo come esempio il latte e lo yogurt. Il latte, quando viene messo in contatto con determinati agenti, tipo i fermenti, diventa yogurt. E' latte, mantiene alcune caratteristiche del latte, ma possiede allo stesso tempo altre caratteristiche che non gli permettono più di essere chiamato latte. Così dal latte si può produrre lo yogurt, ma dallo yogurt non si può ricavare il latte.

Visnu include tutte le qualità di Siva ma Siva non possiede tutte le qualità di Visnu. E' situato però in una posizione molto particolare, perché è grazie a lui che gli universi materiali si manifestano. Non solo è presente in ogni universo ma è anche il consorte di maya, dell'energia illusoria che fornisce il corpo a innumerevoli deva. La sua posizione quindi è molto elevata. Infatti Sati, la moglie di Siva, parlando con Daksa, suo padre, dice: "Come è possibile che tu non riesca a comprendere che anche Brahma è sottoposto a Siva? Brahma ne è consapevole, come lo sono tutti gli altri deva e tutti gli esseri viventi." Tutti adorano Siva, sia coloro che vogliono raggiungere il brahmananda (gioia spirituale), sia coloro che desiderano ottenere delle facilitazioni materiali. Le facilitazioni materiali che Daksa desidera ottenere gli verranno fornite da Durga-Devi che essendo agente di Visnu fornirà anche i risultati del sacrificio. E Siva è il compagno di Durga, suo marito.

Daksa scioccamente non si rende conto della posizione elevata di Siva e Srila Prabhupada fornisce la seguente spiegazione a chi si domanda: "Perché non chiarire allora che Visnu è il Supremo e che i poteri di cui sono dotati i deva, Siva incluso, possono farlo fraintendere?" Krishna dà il potere di concedere benedizioni ai deva a causa dei desideri degli esseri viventi. Chi ha il desiderio intenso di godere di questo mondo materiale può fare in qualche modo una specie di avanzamento, sia cercando di soddisfare il proprio desiderio, anche se è un percorso irto di difficoltà, sia elevandosi a un pianeta superiore dove potrebbe con una migliore associazione e una maggiore conoscenza, se non rimane invischiato nelle attività gratificatorie, rinunciare alla gratificazione dei sensi. Così Krishna dà ai deva un po' di fama e un po' di potere, in modo che certa gente, adorandoli, non rimarrà in uno stato animalesco. La Bhagavad-gita dice che le persone che sono sotto l'influenza della virtù adorano i deva.

Questa adorazione è naturalmente motivata e nasce dall'illusione. Situarsi nei pianeti superiori è però un'illusione in qualche modo migliore di quella di coloro che rimangono nel vikarma, (cioè compiono attività peccaminose) sotto la completa influenza dell'ignoranza, perché nei pianeti superiori c'è maggiore conoscenza. Sui pianeti  superiori  infatti lo Srimad-Bhagavatam è composto da tre milioni di versi, mentre qui sulla Terra ne ha solo diciottomila. C'è maggiore conoscenza e purtroppo però anche un maggiore piacere per cui si può rimanere attratti ancor più dalla vita materiale. Per questa ragione Krishna dà ai deva la possibilità di diventare molto famosi e molto adorati dagli esseri umani, anche se questo non deve creare fraintendimenti sulla Sua posizione. E' un'offesa pensare che Krishna e Visnu siano sullo stesso piano degli esseri celesti. C'è una differenza abissale. Non è neppure possibile paragonarli perché Krishna è sattva-valambhi parasattva visuddha sattvam: Krishna è il supporto e il sostegno dell'esistenza di tutti gli esseri viventi, Siva incluso. Siva non potrebbe esistere se Visnu non ne sostenesse l'esistenza. E così pure i deva.

I deva non possono esistere autonomamente da Visnu. I deva non sono altro che anime in possesso di corpi creati dall'energia di Visnu ed essendo anime sono anch'essi frazioni infinitesimali di Visnu stesso, che ne è il controllore eterno. Nessuno perciò avrebbe ragione di esistere né come deva, né come essere umano se non come servitore di Visnu, se non come subordinato di Krishna, e porre un essere celeste sullo stesso piano di Krishna o di Visnu significa offendere Krishna, diminuirne la potenza, e non avere una visione corretta delle Loro differenti posizioni. Sati è pienamente consapevole della posizione di Siva, sa che dopo Visnu viene Siva e vorrebbe far sì che Daksa imparasse umilmente a collocarsi nella giusta posizione, perché mantenendo una mentalità offensiva si autodistrugge. Sta facendo il possibile per farlo tornare in sé, spiegandogli ciò che dicono le autorità spirituali. Quando si vuole convincere qualcun altro di qualcosa, il modo migliore è citare gli sastra, (le Scritture) e citare a sostegno di ciò che si sta dicendo i nomi delle autorità spirituali che lo possono confermare.

Krishna Stesso nella Bhagavad-gita, quando parla con Arjuna, menziona nomi di saggi. E anche Arjuna quando glorifica Krishna menziona nomi di saggi, di autorità spirituali. Tutti citano le autorità spirituali. Menzionare quindi sastra e autorità spirituali è il modo di dare sostegno, di porre enfasi su ciò che si sta dicendo, sull'argomento che si sta sostenendo. Sati menziona Brahma, il progenitore dell'universo, padre sia di Siva che di Daksa, padre di tutti gli esseri viventi. Sta tentando tutto il possibile, usando gli argomenti migliori, ma Daksa ha il cuore roso dall'invidia. In realtà, nella sua intelligenza, Daksa intuisce che Siva è in una posizione di superiorità, Daksa non è così sciocco da non sapere nulla della posizione di Siva. Però l'invidia è un meccanismo tale da far sì che anche se si è consapevoli di qualcosa, anche se si ricorda qualcosa, questa cosa venga messa immediatamente in secondo piano. Daksa non pensava di poter far arrabbiare Siva. La rabbia del Signore o del Suo rappresentante è benevola per l'essere vivente.

Quando si entra in contatto con il puro devoto del Signore o con il Signore Stesso, sia che il Signore mostri un'apparente benevolenza nei nostri confronti, sia che sia arrabbiato, l'anima trae del beneficio. Sati funge quindi da catalizzatore, da innesco per l'esplosione della rabbia di Siva e quando Siva si arrabbierà l'orgoglio di Daksa verrà completamente distrutto. Daksa dovrà piegare la testa, anzi gliela taglieranno e gli metteranno la testa di una capra, in modo da imparare che l'invidia gli ha portato solo grandi disgrazie. E Daksa imparerà. In un modo o nell'altro il devoto deve sempre sperare che Krishna Si prenda cura di lui. Ovviamente spererà che questa cura sia sempre amorevole e sa che la cura amorevole del Signore è evocata dal proprio atteggiamento umile e sottomesso. Sa altresì che l'atteggiamento irato del Signore è evocato da altri modi di pensare e di agire. E' quindi sempre attento a non commettere offese, ad essere giusto e buono nei confronti di Krishna, dei Suoi rappresentanti e anche dei deva, perché non si può (anche se loro non sono allo stesso livello di Krishna) pensare di essere al loro livello, disprezzarli o mancare loro di rispetto.

Ciò non significa che debbano essere adorati: devono essere rispettati. Una persona che è rispettosa e umile gode del favore di tutti. Chi è invece irrispettoso non è caro a nessuno. Citraketu era diventato re dei Vidyadhara per le austerità che aveva compiuto. Mentre viaggiava in aeroplano sopra Kailasa, aveva visto Siva che parlava con dei saggi con Durga seduta sulle sue ginocchia. Citraketu si era messo a ridere, gli aveva mancato di rispetto: "Siva parla di filosofia con una donna seduta sulle ginocchia." Durga lo aveva maledetto e anche se Siva l'aveva redarguita subito, la maledizione era ormai partita e Citraketu dovette rinascere come Vritasura. Tuttavia poiché era stato maledetto da Durga, che è la consorte di Siva, il più grande tra i devoti, e poiché Siva era benevolo nei suoi confronti, questa nascita gli servì per tornare nel mondo spirituale, grazie al fatto che Citraketu aveva mantenuto uno spirito devozionale anche con un corpo da asura. Citraketu era stato disattento ed era dovuto rinascere, mentre avrebbe potuto perfezionarsi in quella stessa vita. Aveva commesso l'offesa di essere stato critico nei confronti di Siva. Dovremmo imparare come non fare errori in questa vita e, sviluppando un atteggiamento equanime e sottomesso, dovremmo guadagnarci il favore degli acarya, i migliori tra i devoti. Srila Prabhupada ha detto che quando gli acarya sono soddisfatti, Krishna è soddisfatto e quando Krishna è soddisfatto è sicuro che potremo tornare a Lui.